Gregorio Leti

Il puttanismo romano

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Il Puttanismo romano s’inquadra nella polemica sulla dissolutezza dei costumi della corte papale ed è una satira violentemente anticlericale, composta da una serie di dialoghi in confessionale, dove vengono commesse varie oscenità. Il libello fu pubblicato anonimo nel 1668 da quel Gregorio Leti che Curzio Malaparte amò definire «il piú grande pamphlétaire italiano». L’opera comprende due testi distinti, ma uniti nella tradizione editoriale: nel primo s’immagina che le cortigiane di Roma, allarmate dalla diffusione della sodomia che imperversa nella città, organizzino un conclave per eleggere alla successione di Alessandro VII un candidato a loro favorevole, e con questo scopo passano al vaglio meretricio i piú noti cardinali dell’epoca; il secondo è un Dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, ma in realtà rivolto ad argomenti ancora piú compromettenti: il nepotismo, l’Inquisizione, l’infallibilità del Papa. Dietro al piacevole divertissement letterario che solletica e diverte il lettore smascherando i cattivi costumi sessuali di prelati e cardinali, s’insinua la meno scanzonata riflessione sugli strumenti repressivi del potere, duramente denunciati in nome di un’eterodossa libertà di pensiero che sappia plasmare un’opinione pubblica piú moderna.