Benedetta Aldinucci

Rime, Jacopo Cecchi

24,00

L’identità e la produzione del notaio e rimatore fiorentino ser Jacopo Cecchi sono state per oltre quattro secoli indissolubilmente legate al nome di Dante Alighieri: consacrata sotto la paternità dantesca dalla stampa della ‘Giuntina di rime antiche’ del 1527, la fortunatissima canzone Morte, perch’io non trovo a cui mi doglia è rimasta legata al nome dell’Alighieri fino alla fine dell’Ottocento, in virtú di una lettura da parte della critica che la voleva tessera estravagante della Vita nuova, necessaria a “completare” un capitolo del libello – quello sulla infermità, morte e assunzione in cielo di Beatrice – avvertito come carente. Copisti ed editori di Dante hanno dunque inteso la canzone quale accorato planctus del sommo poeta cagionato dalla mortale malattia di Beatrice, al punto di oscurare l’identità del meno celebre rimatore fiorentino, riportato all’attenzione degli studi solo sul finire dell’Ottocento, allorché ha cominciato a delinearsi la fisionomia di un poeta minore, mediocre autore di rime amorose, ma abile imitatore di Dante e del Petrarca.

Attivo nelle istituzioni fiorentine dal 1315/’26 al 1369, Jacopo Cecchi svolse l’incarico di ambasciatore per il Comune di Firenze e ricoprí l’ufficio di notaio della Signoria per il quartiere San Giovanni. Nel volume viene puntualmente ricostruita, grazie a nuove ricerche d’archivio, la sua identità storica, introduttiva all’edizione critica commentata del piccolo corpus rimico, che annovera, oltre alla canzone alla Morte, la canzone Lasso, ch’i’ sono al mezzo della valle e il capitolo ternario O sconsolate a pianger l’aspra vita, ora per la prima volta proposto a stampa. Seguono in Appendice la canzone O Morte, che la vita schianti e snerbi (forse del Cecchi, se lo Jacobus de Florentia cui la assegna il ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, n.a. 1745, coincide con il rimatore fiorentino) e l’anonimo rifacimento tardo quattrocentesco o cinquecentesco, Morte, da che convien pur ch’io mi doglia, testimone dell’ampia fortuna arrisa alla canzone Morte,
perch’io non trovo.

Ogni componimento, opportunamente inquadrato all’interno del panorama poetico coevo, è corredato di apparato giustificativo che consente di verificare le scelte testuali diffusamente discusse anche nella Nota ai testi; mentre il commento è a servizio della comprensione del testo e indica i riferimenti letterari che si sono reputati piú probabili e certi.

 

 

Benedetta Aldinucci

svolge la sua attività di studio e ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena. Oltre ad aver pubblicato vari saggi sulla poesia medievale (Boccaccio, le fonti poetiche italiane della poesia di Ausiàs March, le rime apocrife di Dante) e su autori novecenteschi (Nicola Lisi, Margherita Guidacci), ha curato l’edizione critica delle Rime del poeta trecentesco Pietro de’ Faitinelli (Firenze 2016).