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«Ho vissuto con le armi in mano. Ho esposto la mia persona a mille pericoli, ho magnificato il nome del mio Re, accresciuto i suoi domini sottoponendo al suo scettro regni immensi di popoli stranieri che ho vinto da solo senza aiuto alcuno, ho dovuto fronteggiare gli ostacoli degli invidiosi che mi hanno succhiato il sangue fino a scoppiare come sanguisughe sazie… Ma non avevo ancora girato le spalle che Voi mi avete spossessato di tutto ciò che mi avevate dato». Nell’autunno della sua vita questo è il lamento del conquistador verso Carlo V. E l’Imperatore non si degnò di rispondergli. L’uomo che conquistò l’impero degli Aztechi in meno di due anni divenne improvvisamente sospetto in una Spagna appena uscita dal Medioevo. Come poté un hidalgo come lui scegliere l’America degli Indiani per vivere con loro e addirittura sposare la bella Malinche che gli insegnò la lingua e gli diede il suo primogenito? I malevoli ricordano che la sposa spagnola di Cortés, appena sbarcata, morí improvvisamente di mal de madre. E se pensiamo alla cristianizzazione degli Indiani, argomento su cui Cortés non la vedeva proprio come l’Inquisizione? Dal momento in cui giunge al potere, Cortés pianifica una società meticcia e indipendente economicamente, agli antipodi quindi della colonia che vorrebbe la vecchia Castiglia. Semidio per gli uni, demone per gli altri, eroe o traditore, Cortés visse alla frontiera di due grandi continenti che si incontravano per la prima volta, sognando di essere il re di un altro mondo.

Christian Duverger

Christian Duverger, nato a Bordeaux nel 1948, eletto direttore della Scuola di Alti Studi di Scienze sociali di Parigi nel 1992, insegna Antropologia sociale e culturale del Centramerica ed è responsabile del Centro di ricerche sull’America preispanica.