Bramante Bramant

Scritti e sonetti

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Donato d’Angelo Lazzari, detto il Bramante (1444-1514), una delle figure più importanti dell’arte e dell’architettura del Rinascimento, se non fu certo «omo de lettere», pure ha lasciato qualche prezioso vestigio letterario.
Lettore di Leon Battista Alberti e di Pietro della Francesca, aperto a influssi neoplatonici e ficiani, a Milano, dove soggiornò per alcuni anni alla corte di Ludovico il Moro, Bramante seppe anche improvvisarsi “poeta”. Consegnò così alla storia un manipolo di 25 sonetti, d’amore taluni e di stretta osservanza petrarchesca, burleschi altri, alla maniera del Burchiello e del Pistoia (1488-1499). Ma il Bramante fu anche autore di scritti teorici, di cui oggi resta soltanto una relazione tecnica sul tiburio del Duomo di Milano, redatta in volgare, seppur intitolata Bramanti opinio super domicilium seu templum magnum (1488). Rimane ancora un altro testo, il solo autografo: la breve “relazione di Crévola” al Moro intorno a certe fortificazioni, d’interesse puramente documentario (1493).
Recuperati dopo un lunghissimo silenzio e per la prima volta riuniti insieme, con il corredo di un minuto commento in nota, i sonetti e gli altri scritti contribuiscono a gettare luce su una personalità grande quanto sfuggente e ancora poco nota.