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La figura di Isabella Morra – poetessa lucana del Cinquecento – è tuttora evanescente e poco definita, nonostante le rigorose ricerche condotte da Benedetto Croce agli inizi del Novecento. Nata probabilmente entro il secondo decennio del secolo, ebbe vita breve e disgraziata, tutta racchiusa entro gli angusti confini del selvaggio feudo di Favale, nel cuore della Basilicata, praticamente prigioniera dei fratelli. Lontana dai centri mondani e culturali, Isabella poté coltivare solo con grande difficoltà i propri interessi letterari, mentre anche una normale vita sentimentale sembrava esserle interdetta. Morì nel 1546, uccisa per mano dei fratelli, che sospettavano tresche con il nobile rimatore Diego Sandoval di Castro, da loro assassinato di lì a pochi mesi in un vile agguato.
Il piccolo “canzoniere” della Morra – dieci sonetti e tre canzoni in tutto, unici superstiti di un insieme che si può supporre più ampio, a giudicare dalle dinamiche interne dei testi – offre l’immagine di una poetessa originale, che ha saputo declinare il petrarchismo dell’epoca con accenti sofferti e personali. Al centro dell’ispirazione di Isabella, infatti, è la riflessione sulla propria condizione esistenziale, l’isolamento in una regione aspra e selvaggia, il desiderio di evasione biografica e culturale, il dolore per la lontananza del padre (esiliato in Francia) e per la ferinità dei fratelli, la pulsione misticheggiante verso la figura di Cristo, sullo sfondo di una natura caricata di valori elegiaci o tragici. Un’intonazione e una cifra stilistica che hanno indotto i critici a parlare, per Isabella come per Angelo di Costanzo o Torquato Tasso, di “preleopardismo” napoletano.
L’edizione offre per la prima volta in volume i testi delle tredici poesie, accompagnati ognuno da una nota critica preliminare e da un puntuale commento a piè di pagina, oltreché da un’ampia Introduzione storico-critica che inquadra la figura e l’opera della Morra nel più ampio scenario della coeva produzione letteraria femminile.