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Il dialogo di Salomone e Marcolfo

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Esaurito

Redatto vicino Monaco da mano ignota nella prima metà di Quattrocento, il Dialogus Salomonis et Marcolfi è una gustosa altercatio – ovvero disputa a due, fatta di rapidissime botte e risposte – tra il re Salomone, pieno di sapienza e di gloria, e il rozzo villico Marcolfo, brutto e sgraziato, ma eloquentissimo. Oggetto del contendere è il potere: l’uno difende, con toni “alti” e nobilitati da frequenti citazioni bibliche, i fondamenti teorici dell’ordine costituito; l’altro rivendica, con tutta la forza del suo osceno «sermo rusticus», il diritto a un nuovo ordinamento sociale – che si può già definire “borghese” –, basato non più su principi astratti, ma su precise istanze pratiche e materiali, in un crescendo concitato di tensione narrativa, fino al sorprendente e dissacrante scioglimento finale.
Dalla Germania l’operetta giunse, non si sa bene come, fino a Venezia, dove conobbe una discreta fortuna e numerosi volgarizzamenti, tutti improntati però a un’impietosa e severa revisione censoria, tesa a limitarne – tramite tagli, moralizzazioni, deformazioni e sostituzioni di singole parole o di intere frasi – la doppia valenza trasgressiva, verbale e ideologica. Il bel volgarizzamento che qui si propone a fronte dell’originale latino, El dialogo de Salomon e Marcolpho – stampato a Venezia nel 1502 da Giambattista Sessa –, costituisce per l’appunto un esempio quant’altro mai significativo di questa operazione banalizzante, che non riuscì tuttavia a spegnere per intero la portata trasgressiva del messaggio di Marcolfo.